Sorpassata la località Molinaccio, e con questa la frazione di Quiesa, subito entriamo nel territorio di Massaciuccoli anche se il paese si trova qualche chilometro più avanti lungo una strada che procede per brevi rettilinei e ampie curve intagliate nella base dei bracci che dalle colline quaggiù si allungano.
La strada, a parte la stretta carreggiata che richiede una certa prudenza nella guida, è molto suggestiva. Alla nostra sinistra sparuti casolari, raccolti borghi; poco più in alto, lungo una strada che per un certo tratto ci corre parallela per poi confluire in questa di Pietra a Padule, c’è la palazzina Michelazzi che tra le sue dependance annovera un edificio, la Rimissa, la cui origine e destinazione, precedente alla costruzione della palazzina, ancora rimangono imprecisate e indefinite. Alla destra già l’ambiente del lago, con i suoi canneti, i falaschi, e i canali che a tratti vengono a lambire, qualche metro più in basso, la via.
Quasi subito dunque siamo a Massaciuccoli: quasi un dimesso borgo ci accoglie, a dispetto della fama che il lago e la sua oasi naturalistica, insieme agli ambienti archeologici, gli conferiscono.
La nostra prima visita è alla chiesa di San Lorenzo, inquadrata nella neoclassica facciata che ricorda quella dei SS. Jacopo e Giusto di Massarosa, entrambe nell’essenzialità della forma impreziosita dal doppio frontone: uno a coronamento del portone d’ingresso e l’altro più imponente alla sommitta della facciata. La sua attuale disposizione è dovuta a una ristrutturazione avvenuta nel XIX secolo.
Antica pieve, già ricordata in un documento del IX secolo, alla quale erano soggette le altre comunità ecclesiastiche della zona. Apparteneva alla diocesi di Pisa fino all’anno 1789, quando con bolla del 18 luglio il pontefice Pio VI, su istanza del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, ordinò che passasse – insieme ad altre sette parrocchie tra le quali quelle di Bozzano e Quiesa – alla diocesi di Lucca.
Dell’antico edificio romanico, in epoche successive ampliato a tre navate, sono ancora visibili, sul fianco nord della chiesa, due antichi archi di divisione. Dal XVII secolo le due navate laterali furono scorporate dall’edificio centrale e trasformate l’una in sacrestia e cimitero, l’altra nell’abitazione del parroco.
Internamente due altari addossati alle pareti laterali: uno del Crocifisso e l’altro della Madonna, entrambi decorati secondo un gusto tardo barocco ancora presente nel XVIII secolo, periodo della loro realizzazione. Sono stati qui trasferiti dalla chiesa di Pieve a Elici agli inizi del XX secolo in seguito ai lavori di restauro e ripristino, in quella condotti, della originaria conformazione.
Usciti dalla chiesa e fatti pochi passi sul sagrato fino al parapetto in muratura che lo cinge, subito sotto di noi appaiono i resti del complesso residenziale conosciuto come villa dei Venulei, dal nome della famiglia alla quale ne viene attribuita la costruzione nel I secolo d.C., proprietari di terreni e di una fabbrica di ceramica nel territorio pisano.
«Fu anche trovato un pezzo del tubo di piombo destinato a condurre l’acqua alle stesse terme; nel quale era impresso a rovescio il nome di un L. Liberto di Venulejo Montano che lo fuse; cioè: L. L. VENUL. MONT. ET APRON.” Così scrive il Repetti nel suo Dizionario citando diversi reperti affiorati durante alcuni scavi condotti nel 1756, e poi ripresi nel 1770, e trasportati «nella vicina villa de’ signori Minutoli di Lucca» all’epoca della stesura del Dizionario proprietari del terreno su cui sorgono i resti della villa romana, proprietà invero durante tutto il Settecento di una patrizia famiglia lucchese: i Sirti.
Reperti che coincidono con gli stessi dipinti, a mo’ di documento com’era consuetudine, in una tela a olio opera di un imprecisato pittore del Settecento e conservata al museo nazionale di villa Guinigi a Lucca.
Oggi le più recenti ricostruzioni dell’originale assetto e disposizione della villa, seguite ai più approfonditi scavi condotti da Antonio Minto nel 1920, dividono l’intero complesso in due parti: un ampio pianoro, lo stesso oggi occupato dalla chiesa e dalle sue articolazioni, coincidente con l’antico ambiente residenziale vero e proprio, e uno sottostante consistente in una terrazza inizialmente adibita a giardino e poi, nel corso del tempo, trasformata nell’ambiente termale oggi visibile.
Sempre presso il museo di villa Guinigi, a Lucca, rimane il resoconto del rinvenimento di due vani, ognuno con una propria particolare pavimentazione, apparsi durante quegli stessi scavi archeologici a cui accennava il Repetti, nel terreno dietro l’abside della pieve. Oltre questo più niente oggi rimane dell’antico ambiente residenziale, almeno di visibile, soppiantato dalle mura della chiesa, innestate proprio al posto e sopra quello.
Fatto questo che viene a confermare la tesi secondo la quale nella tarda antichità si preferì costruire le prime chiese là dove erano sorti, o ancora in parte sorgevano, edifici residenziali o produttivi di carattere privato e sopravvissuti alla decadenza dell’età imperiale, divenuti poi punto di riferimento della vita sociale ed economica del territorio; dai quali si ricavava dunque il prestigio e la funzionalità, nonché il ruolo di organismo di dominio e aggregazione.
Nella sottostante terrazza, i resti monumentali dell’antica struttura termale si presentano ancora oggi in un suggestivo scenario: i rossi mattoni – laterizi ampiamente usati nell’edilizia romana prima in edifici monumentali poi anche nelle case comuni – si alzano dal verde prato, nel disegno delle pareti incorniciate nel mutevole blu del cielo.
I vani di ingresso al ninfeo, che scandiscono le pareti, sono chiusi nella parte superiore da un arco che conferisce grazia e solennità all’intero ambiente, nel segnarne lo spazio, come una infinita partitura che il tempo ancora compone.
In un cartello turistico, qui posto a spiegazione dell’originaria disposizione e funzione degli ambienti, leggiamo che si tratta dei resti di «un ninfeo (fontana monumentale), un triclinio estivo (sala da pranzo) poi trasformati attraverso successivi ampliamenti in frigidarium [ambiente destinato ai bagni freddi] del quartiere termale con muratura in laterizio e rivestimenti marmorei e a mosaico» continuando poi la descrizione in una sintetica e precisa storia dell’intero complesso.
Il quale, considerato nella sua progressiva configurazione storica, che testimonia l’ascesa politica e sociale dei Venulei, rispecchia il modello della villa d’otium, residenza concepita nell’architettura romana per il diletto e il tempo libero. Più o meno con gli stessi intendimenti e funzioni delle diverse e lussuose residenze che qualche nobile proprietario terriero prima, o capitano d’industria oggi, come l’antico Venulejo ieri, ha impiantato qua e là per le nostre colline.
Di poco più in basso dell’ambiente termale ora visitato si trovano le tracce di un altro edificio risalente all’epoca romana e disposto a lato dell’attuale via Pietra a Padula, strada da più autori nel passato indicata come l’antica Aemilia Scauri che proprio da Massaciuccoli, attraverso un percorso che portava a Lucca, si connetteva alla via Cassia.
Individuato nel 1932 e inizialmente classificato come un edificio residenziale privato, tanto da essere ancora oggi denominato la Villa, è stato successivamente interpretato come una mansio, cioè una struttura destinata all’accoglienza e al ristoro dei viaggiatori, per certi versi paragonabile in funzioni e caratteristiche a un moderno albergo.

Massaciuccoli, mosaico in tessere bianche e nere, cm. 370X434 e databile al I-II secolo d.C, ricomposto nella originaria collocazione
In realtà gli ultimissimi scavi, condotti proprio parallelamente alla stesura di questo libro, stanno dimostrando che una chiara attribuzione di questo edificio è al momento impossibile in quanto esistono elementi favorevoli a quest’ultima interpretazione – cioè di una stazione di sosta – insieme ad altri che farebbero coincidere l’edificio con una villa rustica, o di campagna, forse derivata dalla ristrutturazione di una prima modesta fattoria costruita nel I secolo d.C. Tornando dunque in questa attribuzione alla originaria classificazione.
Del resto ciò che ora appare è più la storia delle trasformazioni e sovrapposizioni subite dal complesso nel corso del tempo che non un omogeneo ambiente riconducibile ad un particolare e circoscritto periodo storico.
Dell’ambiente, che alcuni frammenti di tegole qui rinvenute con il marchio di questa famiglia impresso, ricondurrebbero alla proprietà degli stessi Venulei, e qui innalzato a corredo della loro ospitalità, faceva parte anche un locale nel quale è stato rinvenuto un mosaico, in tessere bianche e nere, della misura di cm. 370X434 e databile al I-II secolo d.C., raffigurante due coppie di animali fantastici circondati da motivi decorativi entro una cornice a fasce.
Questo importante reperto, tipico della casa o villa di campagna, insieme ad altri rinvenuti, era stato inizialmente esposto in un modesto edificio appositamente costruito negli anni sessanta a lato dell’area di ritrovamento, e successivamente demolito.
Dal giugno 1999 tutti gli antichi oggetti recuperati venivano poi spostati nelle aule della locale ex scuola elementare andando a formare l’antiquarium civico, dove rimanevano fino al 2007, anno in cui il mosaico è stato riportato nella sua originaria collocazione a sua volta ora inserita in una più ampia e moderna struttura espositiva: un padiglione dedicato a Guglielmo Lera, studioso e appassionato di archeologia autore di numerosi libri sulla storia massarosese. Qui, attraverso un percorso sopraelevato, funzionale e rispettoso dell’antico ambiente, si può vedere l’originaria disposizione dei vani e locali che andavano a formare l’antico edificio.
All’interno di questo percorso, oltre il suddetto mosaico, oggetto di un pregevole e impegnativo restauro realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze alla metà degli anni ottanta, sono esposti altri interessanti reperti di epoca romana rinvenuti nel comprensorio, quali ceramiche, vasellame utilizzato in dispensa, lucerne, arredi marmorei, frammenti e parti di oggetti in vetro e metallici.
Sono visibili anche una testa femminile in marmo, probabile esponente della famiglia imperiale, parti o frammenti di tegole e coppi, chiodi in ferro e vetri, ed altri oggetti che ci lasciano immaginare anche gli elementi deperibili della struttura: i portici sostenuti da colonne in laterizi, tetti e solai in legno fissati con chiodi da carpentiere, finestre e pavimenti.
A ridosso di questo padiglione, solo divisi dallo scorrere della via Pietra a Padule, nella zona dove fino a qualche anno fa sorgeva la ex scuola elementare – l’edificio già sede del precedente antiquarium ora completamente smantellato – è ora aperto un cantiere dove attraverso operazioni di scavo iniziate nel 2006 ”si affronta per la prima volta un’indagine stratigrafica su una vasta area della Massaciuccoli romana [...] portando contemporaneamente avanti la ricerca storica sulle trasformazioni dell’insediamento nel corso del tempo” come leggiamo nelle pagine web del sito massaciuccoliromana.it, aperto per seguire e documentare l’intero processo dei lavori di scavo.
Gli scavi fino ad oggi effettuati sembrano disegnare un’articolata estensione dell’edificio con mosaico alla cui perimetria andrebbero aggiunte anche queste strutture murarie ora portate alla luce, ipotizzando l’esistenza di un loggiato dove ora passa la via Pietra a Padule la cui realizzazione sarebbe dunque successiva all’epoca romana.
In questa ipotesi, che solo ulteriori indagini possono definire e precisare, anche il percorso dell’antica Aemilia Scauri, o comunque della via romana che per queste terre passava collegandosi a Luni e alle terre liguri, dovrebbe trovare nuova definizione, avanzandosi al momento l’ipotesi che il suo originario percorso corresse lungo il litorale tirrenico, procedendo vicino e parallelo alla costa tra Marina di Vecchiano e la Versilia.
Ipotesi che viene a sconvolgere una convinzione maturata lungo i secoli, almeno tra le voci che cercando di definire in queste terre la viabilità dell’epoca romana ponevano in Massaciuccoli il più importante nodo stradale della zona, centro d’incontro di percorsi navali e stradali, baricentro dei traffici tra Pisa, Lucca e Luni.
A tutt’oggi l’intera area archeologica, nei suoi due principali poli: la “villa” e “l’edificio con mosaico” riconducibili entrambi alla prima età imperiale, sono oggetto di un complesso progetto di ricerca, avviato nel 2006, con l’obbiettivo di comprendere la tipologia, la destinazione d’uso, l’intera sequenza storica dell’area.
L’opera di scavo condotta alla luce del giorno nelle sue complesse procedure è oggi aperta alla vista e curiosità di eventuali spettatori, e offre la possibilità di avvicinarsi a queste interessanti metodologie e pratiche orientate al recupero e alla completa lettura di questo nostro prezioso passato.
Non distante da questa zona archeologica, proprio sulle sponde del lago e nell’ambito di un piccolo scalo, già antico porticciolo attivo in epoca romana e medievale – quando le vie d’acqua facevano le funzioni delle moderne autostrade – si trova la sede dell’Oasi Lipu di Massaciuccoli.
Alloggiata presso un caratteristico casale nel quale trova posto un ridotto museo naturalistico dedicato all’ambiente e alla fauna del lago, e una foresteria con dodici posti letto disponibili in primavera ed estate per brevi soggiorni o campi di vacanza.
Da qui partono alcune passerelle in legno, sistemate su palafitte, verso cinque capanni di osservazione che si affacciano sul lago, per una piacevole passeggiata attraverso i canneti. Sempre nella bella stagione sono disponibili canoe e barche a remi per chi vuole avventurarsi all’interno del lago alla scoperta dei suoi paesaggi, o ammirare le infinite varietà di uccelli che, in particolar modo in primavera, popolano queste acque. Oppure si può optare per un’escursione guidata su barchino con motore elettrico, o in battello per gruppi più numerosi.
Lasciata la zona del lago e prendendo il cammino in direzione opposta, verso la cima del colle che sulle prime pendici ospita il paese e le sue rarità archeologiche, salendo scopriremo a poco a poco un autentico belvedere, non solo sulla laguna di Massaciuccoli ma anche sulla riviera versiliese. Qui sorgeva il castello di Aquilata, sui resti di una precedente torre di segnalazione romana, intorno al quale si era formata una piccola comunità costituitasi in comune che in seguito alla distruzione del castello, oggetto e terra di contesa nella lunga guerra tra lucchesi e pisani, operata da Ugaccione della Faggiola nel 1314, si disciolse restando incorporata in quella di Massaciuccoli.
Oggi il luogo è diventato punto centrale di molti sentieri naturalistici che dal lago salgono e proseguono per le colline intorno, snodandosi per oliveti, macchie mediterranee e boschi secolari di castagni, lecci, e pini. Fino alla località di Crocetta, dove vi è un’area attrezzata con panche di legno e tavoli; e poi ancora verso Compignano, con gli occhi che posano sull’orizzonte: dal golfo di La Spezia al porto di Livorno, da Torre del Lago Puccini fino a distinguere nelle giornate più terse la torre di Pisa o la cupola del suo battistero.
A questo vario panorama guardano anche alcune ville storiche: villa Guerrieri, già Cenami, sorta come casa signorile di campagna, prevalentemente usata a luogo di raduno per battute di caccia, e la settecentesca villa Pardi, disposta su di un ristretto pianoro a mezza collina, e meglio conosciuta come villa Maria, dal nome della moglie di Francesco Andreini, proprietari della tenuta dal 1934 al 1968.
Poco più in basso del castello di Aquilata, lungo la strada che conduce a Balbano e quindi a Lucca, si trova villa Minutoli, la più antica tra quelle che sorgono nel comune di Massarosa, se ancora parti delle sue fondamenta sembrano incorporare quelle di una torre romana. Qui probabilmente visse il potente Cucculo signore della vasta tenuta, allora detta massa, parola di origine latina ma venuta in uso nel periodo longobardo, a indicare una proprietà di grande estensione formata da numerosi fundi (poderi), che è all’origine del nome della frazione.
E qui, in epoca a noi vicina, precisamente nel settembre 1944, venne compiuta dall’esercito nazista una strage di civili qui residenti, tra i quali tre ragazzi.
Si riflettono dunque in queste mura la maestà e le bellezze del paesaggio, e insieme la faticosa storia dell’uomo nel suo tendere, attraverso i secoli, a qualcosa che la parola “civiltà” può forse ricapitolare e comprendere.
Eppure tutto ciò a volte svanisce di fronte alle ceneri e alle ossa, pietosi resti di undici corpi umani che alcuni giorni dopo la mattina del 2 settembre 1944, in un locale di una dipendenza della villa, apparvero agli occhi di alcuni abitanti delle case vicine.
Fu la barbarie che è la guerra, aldilà dei diversi nomi in cui si presenta nella geografia e nell’animo dell’uomo, se questo non è difeso dalla pratica della conoscenza e del dialogo. Strada spesso faticosa, ma l’unica alla cui ombra ci si possa posare nella sicurezza di una quiete che ancora domani sorga intorno e dentro noi.
© Tratto da “Massarosa terra di Versilia”, A. Lini – A. Pelosini, Caleidoscopio, Massarosa (LU), 2006. Vietata ogni riproduzione, salvo il diritto di citazione, l’uso personale previa citazione o diverso accordo con l’autore. Le fotografie appartengono ai rispettivi autori, dove indicato, nella relativa licenza d’uso.







