Pubblicato da: terradiversilia | aprile 2, 2011

Gualdo

Lasciata Montigiano riprendiamo la strada di ritorno per monte Pitoro. Se digitando Montigiano sul nostro computer eravamo quasi travolti da pagine di agenzie turistiche, digitando monte Pitoro troveremo un’infinità di pagine e articoli, recensioni e cronache, di tappe e corse ciclistiche. Non che in questa zona manchino, come in nessuna parte del territorio comunale, domande e offerte turistiche ma monte Pitoro è, da queste parti, sinonimo di ciclismo, irrinunciabile appuntamento stagionale per gli amanti di questo sport.

Per i suoi tornanti sono passati tutti i campioni dell’era moderna, sia per qualche tappa del giro d’Italia, sia perché la sua lieve ascesa è inserita nel percorso del gran premio di ciclismo Città di Camaiore. Oltre questi importanti appuntamenti, altri di corse professionistiche e dilettantesche, amatoriali o di semplici appassionati, fanno capo a questo percorso; sì che è quasi impossibile nella bella stagione percorrere i suoi tornanti senza imbattersi in qualche ciclista.

Gualdo, in una insolita immagine invernale (© Amerigo Pelosini)

Anche noi adesso stiamo facendo quel percorso, anche se non lo continueremo fino a Camaiore verso un qualche arrivo di tappa, perché poco oltre la sommità del colle dov’è distesa, proprio sul suo cucuzzolo, la località  di Monte Pitoro, prendiamo nuovamente a destra, immettendoci in una strada che riprende a salire, per rampe e tornanti, in un percorso molto simile a quello che ci aveva portato a Montignoso; percorso che dopo due chilometri arriva a Gualdo. Il nome del luogo deriva da Wald, termine di origine tedesca introdotto dalla dominazione longobarda nella cui lingua Waldum, e poi Gualdum, equivaleva alla parola bosco, selva.

Lasciata l’auto in una piazzola di sosta saliamo attraverso uno stretto vicolo lastricato di mattonelle color amaranto, tra case in pietra a vista, disposte nell’antico assetto del borgo medioevale. Quasi in ogni corte notiamo un forno a legna. È questa una caratteristica del paese, divenuta anche tradizione che in ogni estate si rinnova, in occasione di alcune manifestazioni pubbliche durante le quali i forni vengono riaperti e accesi.

Gualdo, nellantico assetto medievale. (© Guardia di Porta, by Panoramio)

Tra queste se ne svolge una, tra le più simpatiche a mio avviso, tra le molte che affollano l’estate versiliese: “Gualdo paese del balocchi” dove nell’atmosfera senza tempo che è propria di questo luogo (e che per una strana ironia viene meno proprio in questi giorni affollati di gente qui giunti a festeggiarla) artisti di strada danno vita a spettacoli di ogni genere, andando a ricreare un tempo fatto di fiabe e di personaggi fantastici, patria e regno di Pinocchio, come di ogni altro bambino.

Proprio sulla sommità del colle sorge la chiesa, in posizione dominante rispetto alle abitazioni e nella stessa area dove un tempo doveva sorgere un castello di Gualdo, come la disposizione degli edifici e la presenza di una località denominata Il Castello sembrano indicare.

Dedicata ai SS. Nicolao e Giusto è a navata unica con abside, con muratura in blocchi di arenaria a vista. L’attuale edificio risale al XVI secolo, successivamente ampliato XVIII secolo, per subire una definitiva ristrutturazione nel 1912.

Al proprio interno la chiesa conserva alcune pregevoli opere. Un tabernacolo in marmo bianco a muro, databile alla fine del Quattrocento, ascrivibile a una tipologia derivata dalla bottega di Matteo Civitali, e una croce astile del XVI secolo, in rame argentato e dorato, che presenta per un lato un Cristo patiens e sull’altro san Nicola.

Come in tante altre chiese, caso purtroppo assai frequente anche nel nostro comune, diversi e successivi interventi, di ristrutturazione o ampliamento, hanno profondamente, se non del tutto, mutato l’assetto originale.

Gualdo, chiesa dei SS. Giusto e Nicolao. (© Guardia di Porta, by Panoramio)

Destino comune a luoghi ed edifici storici, anche famosi e importanti, quando ogni epoca ha riconosciuto il ‘bello’ in quello in essa stessa definito e stabilito, bramosa di affermarlo non solo ai secoli futuri ma anche a quelli passati.

Chiese romaniche, e altri storici complessi, sono andati così distrutti; affreschi di epoca medievale ricoperti da successive pitture; lapidi e statue, o monumenti funebri alzati all’interno di cattedrali, andati poi dimenticati e persi nel volgere dei tempi.

Pensiamo solo alla Cacciata dall’Eden, di Masaccio, e agli altri affreschi suoi e di Masolino, poi completati da Filippino Lippi, che nel 1690 stavano per essere rimossi dalle pareti della cappella Brancacci, in Santa Maria del Carmine a Firenze, per lasciare posto a una completa ristrutturazione della stessa cappella, che la rendesse più consona allo spirito barocco dell’epoca. Affreschi fortunatamente salvati da un deciso intervento della granduchessa Vittoria della Rovere.

All’esterno della nostra chiesa, sul suo lato destro, tra blocchetti di arenaria e parti di muratura intonacata, sono ancora oggi visibili alcune lapidi, resti di un cimitero che occupava quella parte del sagrato. Posizione questa divenuta comune nell’epoca medievale, quando lo spazio della chiesa, interno ed esterno, era comunemente usato per le sepolture, a differenza di quanto avvenuto in età romana dove le zone sepolcrali si estendevano generalmente lungo le vie di accesso alle città. Finché tale generalizzata consuetudine fu proibita, nell’editto di Saint Cloud promulgato da Napoleone Bonaparte nel 1804, riservando lo spazio adibito alla sepoltura dei defunti in aree separate e distanti dagli edifici.

Gualdo, una atmosfera senza tempo

In Toscana, invero, era stato il granduca Pietro Leopoldo a emanare in tal senso una prima legge, nel luglio 1783, alla quale poi ne seguirono altre, promulgate da successivi governi, che attenuavano quelle prime disposizioni. Finché con l’avvento del Regno d’Italia vennero introdotte più rigide norme che stabilivano, definitivamente, il divieto di tumulazioni all’esterno dei cimiteri, complessi quest’ultimi che dovevano sorgere in luoghi distanti dai centro abitati.

Il campanile a fianco della chiesa, che una targa in marmo posta sopra l’ingresso ci ricorda essere stato costruito nel 1780, termina con una terrazza, cinta da una balaustra in ferro, che s’alza sulle quattro monofore della cella campanaria. Soluzione adatta al luogo, questo tetto panoramico da cui si spazia sui boschi intorno.

Gualdo infatti, così immersa nella natura, è al centro di una fitta rete di sentieri che qui convergono: da alcune località del limitrofo comune di Lucca, da Pieve a Elice, da Montigiano, da Valpromaro. Verso quest’ultimo luogo, prossima tappa del nostro viaggio, s’inoltra un sentiero, chiamato Degli Agrifogli, che riprendendo un’antica strada di comunicazione univa la zona della Freddana, o val Freddana, a Gualdo, ed è ora un sentiero sterrato, che prosegue all’ombra di castagni, di pini, macchie di robinia e di carpino nero, e una boscaglia di agrifoglio: magico luogo anticamente creduto abitato da gnomi e fate.

Una tipica marginetta

Questi percorsi, che un tempo costituivano normali vie di comunicazione, sono ora diventati piste ciclabili e pedonali, se non ippovie, facilitate in questa variazione d’uso, che non li condanna all’incuria e al progressivo abbandono, dalla particolare natura delle colline massarosesi, che oltre a essere disposte come una ininterrotta terrazza prospiciente la costa e il paesaggio marino, sono costituite da boschi e vegetazioni tanto diverse, una a fianco dell’altra, con i loro particolari e sempre diversi habitat che si susseguono, si intrecciano.

Qui è possibile incontrare una qualche vecchia ‘marginetta’, che è segnale di un percorso di una antica processione religiosa, oppure qualche casolare ora abbandonato; o vecchie mura di recinzione di qualche proprietà terriera, ora persasi con la storia e i motivi che le innalzarono. Così come recitava una scritta – in un vertiginoso salto d’epoche – fino a qualche anno fa impressa sul muro di Berlino: Irgendwann fällt jede Mauer “Prima o poi ogni muro cade”.

© Tratto da “Massarosa terra di Versilia”, A. Lini-A. Pelosini, Caleidoscopio, Massarosa (LU), 2006. Vietata ogni riproduzione, salvo il diritto di citazione, l’uso personale previa citazione o diverso accordo con l’autore. Le fotografie appartengono ai rispettivi autori, dove indicato, nella relativa licenza d’uso.


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